2) Kierkegaard. Dimensione soggettiva e oggettiva della verit.
Kierkegaard distingue fra il porsi di fronte ad una verit
soggettiva, oppure oggettiva. Quando la verit  soggettiva il
rapporto con essa diviene dialettico. Egli poi osserva che vi sono
due tipi di pensatori, quello soggettivo e quello oggettivo.
S. Kierkegaard, Postilla conclusiva non scientifica alle Briciole
di filosofia.

 Ora mostrer, per chiarire la differenza fra il cammino della
riflessione oggettiva e quello della riflessione soggettiva, la
ricerca della riflessione soggettiva nel suo cammino all'indietro
e verso l'interiorit. Il culmine dell'interiorit in un soggetto
esistente  la passione, alla passione corrisponde la verit come
paradosso, e il fatto che la verit diventa paradosso 
precisamente fondato nel suo rapporto al soggetto esistente. Cos
l'un termine corrisponde all'altro. Se ci si dimentica di essere
un soggetto esistente, la passione se ne va, la verit non diventa
per compenso qualcosa di paradossale, ma il soggetto conoscente,
da uomo che era, diventa un'entit fantastica e la verit un
oggetto fantastico per questo conoscere.
Quando si pone il problema della verit in modo oggettivo, si
riflette oggettivamente sulla verit come su un oggetto al quale
il conoscente si rapporta. Non si riflette sul rapporto, ma sul
fatto che  la verit, il vero, ci a cui ci si rapporta. Quando
ci a cui ci si rapporta  soltanto la verit, il vero, allora il
soggetto  nella verit. Quando si pone il problema della verit
in modo, soggettivo, si riflette soggettivamente sul rapporto
dell'individuo; se: soltanto il come del rapporto  nella
verit, allora l'individuo  nella verit, anche se a questo modo
egli si rapporta alla non-verit. [...] Prendiamo come esempio la
conoscenza di Dio. Oggettivamente si riflette sul fatto che c' il
vero Dio; soggettivamente, sul fatto che l'individuo si rapporta a
un qualche cosa in modo che il suo rapporto  in verit un
rapporto a Dio. Ora, da quale parte si trova la verit? Ahim,
guai a noi se qui facciamo ricorso alla mediazione e diciamo: la
verit non sta da nessuna delle due parti, essa  nella
mediazione. Risposta eccellente, a patto che qualcuno potesse dire
come fa un esistente ad essere nella mediazione, perch essere
nella mediazione significa essere compiuto, mentre esistere 
divenire. Un esistente non pu trovarsi in due posti ad un tempo,
essere soggetto-oggetto. Quando egli  ad un pelo per essere ad un
tempo in due posti, egli  sotto la passione, ma la passione non
si produce che momentaneamente, e la passione  precisamente il
vertice della soggettivit. L'esistente che sceglie il cammino
della soggettivit concepisce nello stesso momento tutta questa
difficolt dialettica di dover impiegare qualche tempo, forse un
lungo tempo, per trovare Dio oggettivamente; egli comprende questa
difficolt dialettica in tutto il suo dolore, perch egli deve
nello stesso momento usare Dio, perch ogni momento in cui egli
non ha Dio  sprecato.
[...].
Mentre il pensatore oggettivo  indifferente rispetto al soggetto
pensante e alla sua esistenza, il pensatore soggettivo, come
esistente essenzialmente interessato al suo proprio pensiero, 
esistente in esso. Perci il suo pensiero ha un'altra specie di
riflessione, cio quella dell'interiorit, della possessione, con
cui esso appartiene al soggetto e a nessun altro. Mentre il
pensiero oggettivo pone tutto in risultato, e stimola l'intera
umanit a barare copiando e proclamando risultati e fatti, il
pensiero soggettivo pone tutto in divenire e omette il risultato,
in parte perch proprio questo  il compito del pensatore, poich
possiede la via, in parte perch come esistente egli  sempre in
divenire, ci che del resto  ogni uomo che non si  lasciato
ingannare a diventare oggettivo, a diventare la speculazione in
modo disumano.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciottesimo, pagine 1311-1312 e 1314.
